mercoledì 22 dicembre 2010

"ARCHITETTURA & TRIVELLAZIONI"

Più che una conferenza frontale, la serata organizzata dal Gruppo Giovani Architetti, lunedì 20 dicembre, si è configurata come un dialogo, una sorta di conversazione tra l’artista Francesco Cucci e la critica d’arte Erika La Rosa, conversazione a cui si sono aggiunti, a fine serata, alcuni componenti del pubblico, intervenuti con domande rivolte all’artista. L’artista, commosso per l’invito e la stima a riconoscimento del suo operato come insegnante, esordisce ringraziando i suoi ex alunni oggi architetti, professionisti di quest’Ordine.
A chiarire il titolo della serata “Architettura & trivellazioni”, è stato lo stesso artista. Per “Trivellazione” egli intende l’operazione preliminare che si compie sondando un terreno per verificarne l’adeguatezza con il progetto edificatorio. La Dottoressa Erika La Rosa, con una carrellata di immagini, illustra le opere dell’artista, "lavori che sfuggono a qualsiasi definizione, ma che rappresentano sempre al meglio la sua poetica". Tra questi, Erika La Rosa mostra le opere outside, in esterno ( tra cui quelle realizzate al Palazzo della Triennale, al Castello Sforzesco, alla Badia di Ganna), le opere inside (come quelle create nella sala affreschi dell’Umanitaria, Milano e al Teatro Rivoli di Mazzara del Vallo), le sculture, costituite da geometrie e piani che si intersecano, da elementi che possono essere visti nell’insieme o singolarmente, le ceramiche, le opere pittoriche, i lavori di design e quelli grafici. I più diversi media vengono utilizzati dall’artista, tutti basati su una ricerca che riguarda lo spazio, più precisamente, lo spazio vuoto. “Il vuoto è un elemento vivo, non è un limite ma un’opportunità”, spiega Cucci. “Il mio ruolo”, afferma, è di “organizzare lo spazio, ovvero di strutturarlo, organizzarlo dal punto di vista storico e geografico”. "In questo senso, forte è il legame tra l’arte e l’architettura" spiega Cucci, “l’operazione dell’artista e dell’architetto coincidono nel modo di appropriarsi dello spazio, entrambi lo strutturano, lo controllano; oggi, l’uso non stereotipato delle forme, svincolato dalla retorica e libero dai vecchi riferimenti cartesiani, apre nuovi orizzonti in cui tutte le esperienze artistiche si incontrano”.
“Le opere di Francesco, nel rispetto di un’organizzazione geo/metrica, sembrano svilupparsi all’infinito” afferma Erika La Rosa.
Un artista multiforme ed innovatore che, da attento ricercatore, persegue ed elabora un approfondito percorso storico/culturale.
“Noi artisti siamo solo filtri, sismografi sensibili all’evoluzione dell’uomo e del suo pensiero. L’architettura non è estranea a tale operazione/processo” dice Cucci.
Per lui tutti i materiali sono solo mezzi espressivi. Ne fa un uso indifferenziato dall’arcaico legno grezzo alle umili terre, dalle tempere agli acrilici, dai cartoni alle argille cotte, dai pannelli di plastica alle lampade al neon.
Nelle sue installazioni Cucci fa entrare ed attraversare fisicamente le sue opere, stabilendo un rapporto dialettico spaziale di appercezione. Con l’utilizzo del neon costruisce spazi e prospettive di luce.
Erika La Rosa evidenzia gli elementi fondamentali della ricerca di Cucci: “la geometria, intesa nell’accezione arcaica, quale invenzione della mente umana creata per orientarsi, ha il compito di dare una forma ed una dimensione alla creatività”.
Le teorie decostruttiviste di Jaques Derrida, a cui attinge, sono gli elementi cardine del “vedere nuovo” il pensiero architettonico e non solo.
Affascinante dialogo Arte/Architettura, a trecentosessanta gradi, che ha coinvolto i presenti in un clima di calda partecipazione tra pubblico,artista e opere oltre ogni aspettativa.
Chi volesse visitare l’esposizione potrà, fino a fine Gennaio, recarsi presso la sede dell’Ordine Architetti di Varese, via Gradisca 4, negli orari di ufficio.

venerdì 10 dicembre 2010

"POSTCARDS FROM THE NETHERLANDS": COR GELUK, DAVID KEUNING

Con la conferenza di giovedì 9 dicembre si è concluso il ciclo di serate dedicate all’interscambio tra architettura olandese e architettura italiana. A chiudere l’iniziativa sono stati un editorialista, David Keuning e un paesaggista/urbanista Cor Geluk.
Durante il primo intervento, condotto da David Keuning è stato affrontato un argomento per così dire “trasversale”, su un canale di comunicazione che per l’architettura può essere un mezzo fondamentale. Si tratta della rivista “Mark”, edita dallo stesso Keuning. Nata nel 2005, la rivista tratta argomenti che riguardano tematiche di architettura e interior design. Nel corso di questi cinque anni, sulla rivista sono stati pubblicati anche 16 progetti italiani presentati da Keuning con una veloce carrellata di immagini. Tra questi progetti “solo due sono di architetti famosi -Zaha Hadid e Massimiliano Fuksas-" spiega il relatore "gli altri sono meno conosciuti, più di nicchia, ma per noi molto interessanti".
“In ogni caso”, continua Keuning, “siamo rimasti sorpresi dal fatto che in 5 anni siano stati pubblicati solo 16 progetti italiani”. Due le cause, secondo l’editore, di questa lacuna: da una parte, la mancanza, da parte degli editori, di fonti che potessero segnalare interventi architettonici interessanti in Italia e, dall’altra, la scarsa o poco efficace proposta, da parte degli italiani, delle proprie opere alla rivista.
Insomma, la responsabilità sia agli editori che agli architetti. Ma, per provare a migliorare la situazione, Keuning conclude il suo interevento proponendo alcuni punti fondamentali per comunicare al meglio al pubblico il proprio progetto: per prima cosa è necessario pensare a quale media sia meglio rivolgere il progetto (rivista locale, rivista specializzata..) e con che tipo di target confrontarsi; si deve poi procedere a mandare una relazione in stile chiaro, con dati importanti e fotografie di ottima qualità; è fondamentale non dare l’esclusività e non pretendere a tutti i costi di lanciare uno scoop e, infine, è necessario utilizzare tutti i media che si hanno a disposizione.
Dall’editoria all’urbanistica, la parola passa a Cor Geluk: il suo discorso si apre con un insolito elogio agli italiani, apprezzati dal relatore per aver trasmesso agli olandesi come poter vivere bene, godendo delle piccole gioie quotidiane. L’intervento vira poi su un argomento decisamente più serio, l’Olanda: paese costruito al di sotto del livello del mare, l’Olanda ha sempre costretto i suoi abitanti a doversi adattare alla sua conformazione territoriale, sviluppando in essi un grande senso dell’organizzazione e ispirando moltissimi artisti, tra cui Mondrian.
Dopo questa introduzione, Geluk procede illustrando alcuni sui progetti. Il primo riguarda la rivalutazione di una zona precedentemente utilizzata per esercitazioni militari: nel farlo, il suo team ha deciso di concentrare l’abitato in piccole zone del terreno e di creare parcheggi sotterranei con l’intento di lasciare la maggior parte dello spazio alla natura. Interessante in questo progetto, il coinvolgimento dei clienti: ogni futuro abitante, infatti, ha deciso, affiancato dagli architetti, come costruire la sua casa, con il solo vincolo di dover chiedere al proprio e futuro vicino di casa l’approvazione del progetto. “Con questa idea abbiamo fatto convergere i desideri delle persone nell’architettura”, spiega Geluk che illustra poi il progetto per un parco all’imbocco dell’autostrada che unisce Amsterdam a Parigi: “per realizzarlo, si è dovuto pensare a spostare l’autostrada sotto terra: è stata una sfida per noi, ma ci siamo riusciti”.
Infine, Geluk illustra l' ultimo progetto relativo alla sede della Philips a Eindhoven, costruito come una sorta di campus universitario, con spazi aperti, numerosi ambienti di incontro e un enorme parcheggio con facciate ricoperte di piante. “Un luogo con un’impronta socialmente interessante”conclude Geluk,” con aree che favoriscono l’incontro e che sono completamente circondate dalla natura”.
Ancora una volta, come in molti altri progetti illustrati nel corso delle cinque conferenze, la natura diventa parte integrante dell’architettura olandese, elemento peculiare che l’architetto, in Olanda, non può e non vuole ignorare. Lo scambio Italia-Olanda si è dunque concluso, ma il carico di stimoli che ha lasciato dietro di sé, il bagaglio di spunti da cui poter trarre nuove idee, non è di certo da sottovalutare, ma da sfruttare al meglio, tenendolo da conto, con cura, proprio come delle “cartoline dall’Olanda”.



Intervista a Cor Geluk e David Keuning


Per vedere il video della serata, vai al seguente link
http://www.youtube.com/user/Ordinevarese?feature=mhum

venerdì 3 dicembre 2010

"POSTCARDS FROM THE NETHERLANDS":GIUSEPPE SCAGLIONE, FILIP GEERTS


Nonostante la neve e i catastrofici bollettini meteo, il ciclo “Postcards from the Netherlands” all’Ordine Architetti di Varese è proseguito come da programma. Mercoledì 1 dicembre, Giuseppe Scaglione e Filip Geerts, direttamente da Trento e dall’Olanda, hanno condotto una serata dedicata ad una doppia panoramica, sulla situazione dell’architettura in Italia e sulla storia della pianificazione territoriale in Olanda.
Ad aprire la conferenza è stato Scaglione, impegnato dal 1985 in progetti che fanno riferimento alla relazione tra architettura e urbanistica. E proprio il confronto tra urbanistica e architettura ha segnato l’inizio dell’ intervento del Professore che, forse anche con tono provocatorio, ha affermato che, ultimamente, le cose più interessanti prodotte in Italia non provengono “da esegeti dell’architettura, ma da una costola dell’architettura che è l’urbanistica”. Se l’architettura è ancora molto legata alle “Beaux artes”, e quindi impegnata a studiare forma e composizione, ha spiegato Scaglione, l’urbanistica, dovendosi confrontare con temi crudeli come la trasformazione della città, è un vero e proprio work in progress.
E, a proposito di città trasformate, Scaglione ha mostrato ai presenti lo scempio delle periferie di alcune città italiane, attraverso le immagini di importanti fotografi contemporanei: le fotografie della periferia di Milano scattate da Gabriele Basilico, piuttosto che quelle di Armin Linke che immortalano Napoli, mostrano “episodi inquietanti del percorso italiano”, ad opera di architetti scriteriati che hanno lavorato senza pensare al futuro delle città, arrivando a devastare la loro identità. Di contro, Scaglione ha affermato come sia fondamentale, in un buon piano urbanistico, “tener conto di tutte le trasformazioni, individuando dei passaggi di continuità e contiguità”. La progettazione di qualsiasi elemento nella città, deve essere sensibile al contesto. In particolare, Scaglione prende in esame le infrastrutture, che troppo spesso hanno “ferito il paesaggio”, senza produrre alcun rapporto osmotico col territorio. A questo proposito, il Professore ha illustrato un progetto su cui sta lavorando, relativo alla trasformazione dell’ Autostrada A22. “Stiamo lavorando per cambiare la pelle di quest’autostrada”, spiega Scaglione e per farlo, “stiamo tenendo conto del ruolo che queste infrastrutture avranno in futuro”. Per prima cosa sono stati realizzati numerosi schemi per capire come l’autostrada si inserisce nel territorio, quindi si è pensato a progettare nuove piattaforme interattive che, oltre a tener conto di luoghi di riposo per gli autisti, hotel, ristoranti, prevedono parcheggi con a fianco mezzi pubblici, per entrare in città in modo più ecologico. Anche le barriere sono state pensate dal team di Scaglione con funzione fotovoltaica e come elementi di identificazione dell’autostrada, poiché serigrafati in modo particolare e i guard reil realizzati con un materiale naturale, il corten. Il progetto dell’Ausotrada A22 è un esempio, secondo Scaglione, di come dovrebbe essere un buon progetto, sensibile al paesaggio e al contesto e, soprattutto, comunicato in maniera adeguata, perché, come ha affermato il Professore, “è necessario far conoscere le buone esperienze, per esporsi e a volte, anche per mettersi in discussione”.
Dopo Scaglione, l’intervento di Filip Geerts si è delineato come una sorta di excursus sulla storia della pianificazione territoriale in Olanda, introdotta da una citazione tratta da “Diari di viaggio” di De Amicis (fine Ottocento) che ben riassume tutto il discorso. “Chi guarda per la prima volta una cartina dell’Olanda si meraviglia che un Paese così possa esistere: pare debba disgregarsi da un momento all’altro”. Il territorio olandese, tanto ostile alla presenza dell’uomo da far pensare che il nome Olanda possa derivare dal termine “hell”, inferno, è sempre stato, per architetti e urbanisti olandesi, un elemento da sfidare, da domare.
Per settecento anni gli olandesi hanno dovuto adattarsi e lottare contro il mare, con qualsiasi mezzo avessero a disposizione. E’ stata la particolare conformazione del territorio olandese a portare alla creazione di un altro concetto, quello di “Ramstad”, per cui la città, in Olanda, non è mai concepita come nucleo a se stante, ma è elemento integrante di un sistema di città collegate tra loro come una sorta di rete.
A livello urbanistico, esiste poi, in olandese, un vocabolo “Maakbaarhed”, che riassume il concetto di “costruire”, inteso sia come modo concreto di trasformare le idee in realtà, sia come concetto ideologico.
Nel suo excursus, Geerts si sofferma su due date storiche, il 1901 e il 1941, due momenti fondamentali per la storia della progettazione urbanistica olandese.
Nel 1901, anno in cui viene approvata la legge sul cohousing e viene realizzata la chiusura della Zuiderzee con una diga di 35 km nel mare, progettata da Plan Lely, architetti e urbanisti entrano in stretta relazione tra loro per riprogettare completamente il Paese.
E nel 1941, anno del bombardamento di Rotterdam e periodo di grandi distruzioni dovute alla guerra, l’Olanda viene obbligata a ripensare e riprogettare molte città. Tra queste, Rotterdam verrà ricostruita nel ‘44 per opera di Van Traa, e Amsterdam vedrà molti architetti, tra cui Lely, confrontarsi per trovare le soluzioni migliori.
La geografia, la conformazione territoriale e la storia dell’Olanda sono stati i fattori con cui, sempre, architetti e progettisti olandesi hanno dovuto fare i conti, arrivando a soluzioni estreme come i polder, e giungendo spesso a soluzioni che coniugano perfettamente la poiesis e la pragmaticità del piano, del “Maakbaarhed”.


Intervista a Giuseppe Scaglione


Intervista a Filip Geerts

mercoledì 17 novembre 2010

LUCA MOLINARI AL MAGA

Il futuro nel nostro presente
Cornice artistica per una conferenza d'architettura, il Museo d'arte contemporanea Maga, martedì 16 novembre ha ospitato una folta schiera di architetti e interessati, accorsi in via de Magri per ascoltare il curatore del Padiglione Italia della 12a Biennale di Architettura di Venezia: Luca Molinari.
In un'ora esatta, il giovane architetto è riuscito a catturare l'attenzione dei presenti spiegando tutti i punti salienti del suo progetto, dal titolo all'allestimento, dall'idea generatrice al messaggio finale.
La conferenza si è aperta anzitutto con una delucidazione sul nome coniato dal curatore per il padiglione, "Ailati": derivato dalla lettura, al contrario, della parola "Italia", questo termine racchiude sinteticamente l'idea di dare, all’architettura contemporanea, una nuova lettura, guardandola attraverso uno sguardo originale, laterale -ai lati, appunto- per cogliere con più rigore e saggezza i riflessi dal futuro che la realtà ci manda.
Il discorso si è spostato poi sull''allestimento, studiato in simbiosi con il concetto alla base della mostra, ovvero la rappresentazione di passato, presente e futuro dell'architettura italiana.
"Per l'allestimento non è stata toccata nessuna parete", spiega Molinari, "ed è stato usato solo un materiale, il megapan, il tutto per azzerare l'impatto dell'allestimento sullo spettatore e per permettere alle persone di muoversi con facilità e di incontrarsi".
Molinari ha proseguito quindi con una chiara esposizione del suo concetto curatoriale, nato da una considerazione precisa sull'architettura italiana, che "soffre di una forte amnesia del presente, insieme ad una grande paura del futuro".


Da questa riflessione nasce la divisione del padiglione in tre sezioni.
La prima “Amnesia nel presente. Italia 1990-2010” è un bilancio sull’architettura italiana degli ultimi vent’anni realizzata per offrire una comprensione del nostro presente più attenta e consapevole, un resoconto ottenuto attraverso interviste e 450 immagini.
La sezione centrale della mostra, “Laboratorio Italia”, è dedicata al presente con opere costruite in questi ultimi anni per dare uno sguardo concreto su quello che di qualità si costruisce in Italia e sui tipi di sperimentazioni che si portano avanti. Le opere sono suddivise in 10 aree tematiche per un Paese in cerca di nuove identità e soluzioni: Progettare solidale, Abitare sotto i 1000 euro al mq, Cosa fare dei beni sequestrati alle mafie, Emergenza paesaggio, Spazi per comunità, Nuovi spazi pubblici, Ripensare città, Archetipo/prototipo, Work in progress, Innesti.
Italia 2050”, terza e ultima parte della mostra, costituisce un dialogo con Wired, l’autorevole periodico italiano dedicato alle grandi idee e alle tecnologie che cambiano il mondo: per questa sezione sono stati interpellate 14 personalità tra scienziati, pensatori, film-maker, sorte di “produttori di futuro" che hanno proposto delle parole chiave per i prossimi decenni del nostro Paese, interpretate poi visivamente da altrettanti progettisti. In quest'ultima sezione, allestita su un piano sopraelevato rispetto al piano del padiglione e collegata ad esso attraverso numerose rampe (una per ogni tema), sono emerse tematiche universali che hanno portato gli architetti a rapportarsi con elementi che coinvolgono tutta l'umanità.
"Con questo progetto", conclude Molinari, "ho voluto proporre degli spunti e dare dei segnali per riflettere sul passato, per mostrare al mondo che in Italia si fanno cose interessanti e per permettere agli architetti di riscoprire la felicità della sperimentazione. In Italia c'è bisogno di cose che ancora non ci sono ed il futuro, in fondo, si costruisce dal presente."



Per vedere la versione integrale del video, via al seguente link: http://www.youtube.com/user/Ordinevarese?feature=mhum


lunedì 15 novembre 2010

VIAGGIO STUDIO IN TOSCANA

MAREMMA
(Diario di un viaggio studio nella nuova terra dei progetti di- vini)
Il viaggio non è dei più brevi. Il tema della meta, accattivante anche se un po’ sottovalutato dai più, merita però un pò di sacrificio: vedere e toccare con mano le ultime strutture vinicole realizzate da alcune delle cosiddette “archistar” del momento nel periodo più indicato del postvendemmia.
Non è facile avventurarsi con un grosso e moderno autobus nelle strade sinuose della maremma, ma proprio per questo la ricerca prima, e la localizzazione poi, delle varie opere diventa entusiasmo e piacere. Davanti ai nostri occhi si sono via via succedute immagini di realizzazioni audaci, rispettose, l’una diversa dall’altra per forma, impegno economico e stile.
Questo breve diario di viaggio le descrive in modo forse sommario ma partecipato .
Venerdì 22 ottobre, tarda mattinata. Arriviamo in ritardo nei pressi di Bolgheri (luogo di Carducciana memoria) all’azienda Cà Marcanda di proprietà dei Gaia piemontesi e progettata dall’architetto Bò. Complesso vasto e accuratamente mimetizzato nel pieno rispetto del paesaggio toscano. Praticamente tutto interrato e coperto da prato naturale, essenze locali ed ulivi. La discreta parte emergente è proposta in sasso locale e la zona di carico e scarico è protetta da una complessa pensilina di ferro e rame. Arte e architettura si confondono in un sito pervaso da un senso di giusto equilibrio tra produttività e ambiente. (Mimetico)
Dopo gli assaggi doverosi ed i graditi saluti di Angelo Gaia, ci dirigiamo verso Suvereto, raggiungendo le Cantine di Petra(arch.Botta) in un tardo pomeriggio con luce e temperatura ideali. La struttura, enorme e maestosa, ci appare in lontananza incastrata tra terra, vigneti ed ulivi. La visitiamo accompagnati da un brillante ed entusiasta giovane enologo. Nella sua complessa struttura prefabbricata (il proprietario è il Moretti prefabbricatore e di Franciacorta) tutto si compone con semplicità ed imponenza trasmettendo forti sensazioni emotive nella galleria della barricaia. Ammiriamo il frutto di tanta tecnologia e sensibilità.(Monumentale).
Una suggestiva locanda grossetana, una riposante notte in un ottimo albergo del centro ed eccoci pronti per affrontare una nuova importante giornata di visite.
Il primo appuntamento è presso l’Azienda Colle Massari sulla Via del vino denominata Montecucco. Strade contorte, paesaggi affascinanti ed infine là in lontananza l’”oggetto” già memorizzato dalle riviste di settore. Con sorpresa ci attende sul posto il progettista architetto Milesi. La sua descrizione,il suo accompagnamento sui luoghi da lui pensati confermano le sue profonde conoscenze e la sua passione per il lavoro. Seguiamo con attenzione un percorso guidato tra razionalismo puro, materiali di prim’ordine, impianti all’avanguardia, rispetto della natura Ammiriamo un collega impegnato che ha trovato giustamente la soddisfazione di un risultato di livello internazionale favorito dalle grandi possibilità economiche del cliente, il Bertarelli di “Alinghi”: (Milesi..mata)
Affascinati da tanta passione, confortati da degustazioni e ospitalità di livello, ne approfittiamo e accettiamo l’invito di Milesi per visitare, fuori programma, un suo gioiello poco distante: Il monastero cirtencense di Scloe. In un angolo sperduto di maremma, in posizione dominante, scopriamo, estasiati, un mondo di silenzi, di riflessioni, di preghiera e di lavoro che l’abile mano dell’architetto sta coniugando con il paesaggio, l’ambiente e la storia .
La giornata di visite si conclude con l’arrivo, non senza qualche problema viabilistico, al grande complesso di Rocca di Frassinello di Renzo Piano. L’immagine, da lontano, di una rossa e moderna torre di avvistamento rivalutata a simbolo di presenza,prelude ad un forte segno architettonico nel paesaggio maremmano. Un muro (la fortezza),una piastra(la piazza d’armi) e la torre, unitamente a tanta tecnologia impiantistica e strutturale,contornano una barricaia a forma di teatro tanto fantasiosa quanto suggestiva, nel segno del vero stile "Piano”. Dall’insieme traspare una forza economica rilevante,supportata da capitali stranieri (Rothschild) e dalla volontà espressa di produrre vino di elevata qualità e prezzo.(Maestosa)
Ritorniamo a Grosseto per godere della bella serata autunnale e scoprire un borgo murato,vivo molto frequentato quasi fosse una città artificiale. Le strade,tutte pedonali,la Piazza,il Duomo,il Municipio,l’Albergo,prospicienti l’uno con l’altro,risultano concentrati e vissuti in un organismo semplice quasi disegnato dalla fantasia di un bambino.
Nell’ultimo giorno il bel tempo ci accompagna nella visita del podere “Pieve vecchia”a Campagnatico. Ci attendono il progettista ed alcuni rappresentanti dell’Ordine di Grosseto.
Dall’emozione del giovane progettista Arch. Sartori (supportato nella fase finale dei lavori dalla qualificata Cini Boeri) nel presentare la sua opera,traspare una differente realtà rispetto a quanto ammirato nei giorni precedenti. L’opera è più contenuta, il budget chiaramente inferiore, ma tutto l’intervento è comunque orientato verso la ricerca di nuove forme con funzioni e dinamiche tipiche di questa sorprendente area maremmana. (Moderata).
La conclusione, a tavola, presso "la taverna dei glicini” di Campagnatico (di proprietà del consorzio Pieve Vecchia dell’ing. Monaci) istruiti da una valente e graziosa somelier, non fa che confermare queste sensazioni anzi, le Migliora.
Arch. Adriano Veronesi

venerdì 12 novembre 2010

DUTCH PROJECTS IN ITALY-seconda parte

Protagonisti della terza serata del ciclo "Postcards from the Netherlands", gli architetti olandesi Henk Hartzema e Ronald Schleurholts nel corso della conferenza hanno descritto i loro progetti principali, ponendo particolare attenzione su quelli realizzati in Italia.
Primo a raccontare la sua esperienza, Henk Hartzema ha aperto la discussione descrivendo subito il progetto realizzato a Seregno: si tratta della piazza del mercato, per la quale l'architetto olandese ha voluto porre l'accento sul concetto di vuoto, creando uno spazio che fosse il più aperto possibile. Per raggiungere questo obiettivo, il livello della piazza è stato abbassato di 30 cm e lo spazio riorganizzato intorno ad una struttura che non ha una vera e propria funzione, se non quella di sottolineare il vuoto intorno ad essa.
L'importanza dello spazio cittadino ha sempre segnato la carriera di Hartzema che ha infatti arricchito il suo intervento affrontando tre tematiche principali. Le strade, anzitutto, considerate dall'architetto quali "vene per il corpo della città", sono per Hartzema l'elemento che organizza lo spazio della città e la nostra percezione. Dai viali rigorosi di Torino, alle vie tortuose di Toledo, sino a quelle olandesi, costruite al di sotto del livello del mare e circondate dal verde, le strade sono gli elementi che più di ogni altra cosa vanno a costituire l'identità di una città, rendendola unica e diversa dalle altre. La strada poi, secondo il relatore, racconta il rapporto dell'individuo con la società: se in Olanda le grandi finestre delle abitazioni, spesso senza tende, si affacciano direttamente sulla strada, quali segni di una società molto aperta all'esterno, senza grandi timori, in Italia il giardino o l'ingresso che separa le abitazioni dalla strada riflette un spazio di difesa da parte del cittadino.
Il discorso di Hatzema si conclude quindi con una riflessione sulla percezione dello spazio, per la quale la figura dell'architetto ricopre un ruolo fondamentale: a lui spetta il compito di modificare la realtà conferendole forme e aspetti che rispecchiano comportamenti, sensazioni e desideri della società.
La parola passa quindi a Ronald Schleurholts, socio, insieme ad altri due architetti di Cepezed, società che da trent'anni risiede a Delft. L'architetto descrive i punti chiave che guidano i progetti di Cepezed racchiusi, in sintesi, nella parola sostenibilità.
Per l'Innovation Zentrum fur Informatik di Berlino, per esempio, la società ha pensato di servirsi della fisica per diminuire la dipendenza dai servizi di fornitura elettrica, creando una struttura che, come un camino, permette all'aria fredda di scendere e all'aria calda di salire. Un elemento che caratterizza Cepezed è inoltre il rinnovo di vecchi edifici. Uno dei progetti più significativi, in tal senso, è l'Ambasciata olandese a Roma: a partire da una villa di inizio Novecento, il team di Schleurholts ha realizzato una ristrutturazione ed un ampliamento tenendo sempre conto della costruzione precendente, senza stravolgerlo radicalmente e conservando, anzi, gli elementi che potevano risultare utili. Secondo questa logica, quindi, sono stati eliminati i corridoi per avere uno spazio centrale su ogni piano, è stata spostata la scala dall'interno all'esterno per far entrare più luce ed è stato annesso un edificio che crea un rapporto di armonia-contrasto con la villa preesistente.
Rispetto per la natura, ma anche rispetto per l'architettura preesistente: questi obiettivi segnano da sempre l'attività di Cepezed, attenta a non interferire e a rispettare ciò che già esiste, che ha un valore storico, civile, umano.



per vedere la versione integrale del video, vai al seguente link: http://www.youtube.com/user/Ordinevarese?feature=mhum



venerdì 5 novembre 2010

DUTCH PROJECTS IN ITALY

Interscambio
Dopo la serata introduttiva del 26 ottobre, mercoledì 3 novembre, i relatori Matteo Bettoni, Maurice Nio e Boris Zeisser sono entrati nel cuore della tematica che percorrerà tutte le conferenze del ciclo "Postcards from the Netherlands": le opportunità di lavoro per gli architetti italiani in Olanda e i progetti degli architetti olandesi in Italia.
Esempio di giovane italiano trasferitosi momentaneamente in Olanda, Matteo Bettoni ha introdotto la serata descrivendo la sua esperienza personale e citando numerosi giovani talenti che, come lui, hanno avuto grandi opportunità in terra olandese. Il tutto, senza dimenticare i grandi nomi di architetti che hanno lasciato importanti contributi in Olanda, come Massimiliano Fuksas, Gio Ponti, Aldo Rossi, Alessandro Mendini e Renzo Piano. "Dagli anni Novanta a oggi abbiamo assistito ad un grande scambio tra Olanda e Italia", ha spiegato il giovane architetto, facendo riferimento in particolare ai nuerosi giovani italiani che hanno avuto occasione di lavorare con OMA, lo studio fondato da Rem Koolhas: tra questi, Bettoni cita Mauro Parravicini, Andrea Bertassi, Maurizio Scarciglia, Cristina Cassandra Murphy, architetti nati tra il 1975 e il 1980 -quindi giovanissimi- che, dall'esperienza con OMA, hanno saputo ricavare grandi spunti tradotti poi, in alcuni casi, nella pratica, in progetti italiani. Lo stesso Matteo, in Olanda, ha avuto modo di girare tra studi (Group A, Erc Van Egeraat e Kcap) e e ora sta seguendo un progetto in Italia per la zona di Milano Fiori.
Dalle esperienze degli italiani in Olanda, la serata vira poi verso i progetti degli olandesi nel Bel Paese: a iniziare è l'architetto Maurice Nio che illustra il grande progetto di ampliamento per il Museo Pecci a Prato, il concorso per la "Porta di Milano" a Malpensa, il progetto per la stazione di Oristano. Per ogni progetto Nio spiega l'idea generatrice, spesso tratta dal mondo naturale, i problemi incontrati durante i lavori, le tempistiche spesso troppo dilatate. Progetti che l'architetto, a priori, considerava "Missions impossible", ma che ora, come lui stesso afferma, lo hanno reso molto popolare, forse più in Italia che in Olanda.
A concludere la serata è l'architetto Zeisser che delinea un excursus della sua carriera, attraverso i progetti da lui realizzati in Svezia, in Olanda, in Thailandia e ovviamente in Italia, a Monza. Per il progetto italiano, costituito da quattro palazzi residenziali, Zeisser riversa la sua cifra stilistica, quella cioè di ricreare effetti naturali nei particolari architettonici. In questo caso, l'effetto ricreato è quello della caduta delle foglie, per il quale ha dovuto affrontare e risolvere molti ostacoli con la committenza. "Un'esperienza interessante quella di Monza", spiega Zeisser, "ma molto complicata". Il problema fondamentale, secondo l'architetto, è "riuscire a rapportarsi, su un piano culturale,con i clienti e con il team, perchè se si rimane solamente su un livello tecnico, il progetto difficilmente viene compreso". "Se si riesce a coinvolgere il cliente e a spiegargli la storia del progetto è fatta", conclude l'architetto, "se no il progetto si riduce ad essere solo un elemento formale, niente di più". Un rapporto di amore e odio, fatto di numerose problematiche, ma anche di notevoli soddisfazioni dunque, ha caratterizzato le esperienze dei due architetti olandesi in Italia, eseperienze che sollevano importanti questioni e che potranno essere di grande aiuto per chi, in fututo, si dovrà rapportare con architetti stranieri.



Per vedere la versione integrale del video della serata, vai al seguente link
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venerdì 29 ottobre 2010

POSTCARDS FROM THE NETHERLANDS_ PRIMA SERATA

Olanda-Italia, andata e ritorno

Lo "scambio creativo" tra Italia e Olanda è ufficialmente iniziato. Martedì 26 ottobre, a inaugurare la rassegna di serate intitolate "Postcards from the Netherlands", sono stati due architetti italiani residenti in Olanda, Silvio Carta e Stefano Milani.
La conferenza si è delineata come una sorta di grande introduzione alle serate successive in cui verranno descritti i lavori che alcuni architetti olandesi hanno realizzato in Italia e le opportunità per gli architetti italiani in Olanda. Un reciproco scambio di idee e approcci caratterizzerà dunque questo ciclo di conferenze che si concluderà a dicembre.
La prima serata si è aperta con un'ampia descrizione dell'attuale panorama architettonico olandese e italiano.
Se il problema principale dell' Olanda è che i giovani architetti fanno fatica a trovare spazio per poter crescere, per l'Italia, i relatori parlano di una fase riflessiva, un momento in cui si sta cercando di capire che direzione sta prendendo l'architettura.
I relatori si sono soffermati poi sulla "forma mentis" degli architetti italiani, quella "griglia di parametri" forse troppo rigida e a volte non adatta a realizzare un valido approccio con gli architetti stranieri.
In tal senso, gli architetti olandesi che presenteranno le serate future potranno chiarire al meglio le opportunità e le difficoltà incontrate nelle relazioni con gli architetti italiani.
Durante la serata è stata quindi presentata con una carrellata di immagini tratte dalla storia dell'arte olandese, immagini caratterizzate da un'estrema naturalezza, da un approccio antiaccademico, descrittivo e pragmatico, elementi che si riflettono anche nell'architettura olandese. E' il paesaggio, infatti a determinare l'architettura olandese, e non il contrario: gli architetti devono sempre confrontarsi con la particolarissima conformazione del territorio olandese, costituito da isole circondate da canali e l'architettura deve fare i conti continuamente con questioni tecniche e con il suo impatto sull'ambiente.
Adattare il sistema dei canali come opportunità, pensare al paesaggio agricolo quale parte integrante del territorio, inserirsi nel paeaggio trovando spazi nuovi: questi e molti altri sono i punti fondamentali su cui gli architetti olandesi stanno cercando di intervenire e che, nelle prossime serate, verranno approfonditi e chiariti.

Per visualizzare la versione integrale del video, vai al seguente link:
http://www.youtube.com/user/Ordinevarese?feature=mhum#p/c/0/2kcEOlwWZW0


"Architettura & Public Art"

Dal pubblico, per il pubblico
Lunedì 25 ottobre, nel secondo incontro organizzato dal Gruppo Giovani Architetti di Varese, l'architettura si è confrontata con un genere di arte molto particolare e recente, la Public Art.
Ospite della serata, il sodalizio artistico M.me Duplok, che ha catturato l'attenzione dei presenti grazie ad una spiglaita e divertente conversazione.
E così, tra una chiara spiegazione del concetto di arte pubblica, qualche immagine delle opere del gruppo e una simpatica performance, la serata è volata.

Come prima cosa, M.me Duplok, ha delucidato ai presenti i punti fondamentali che caratterizzano un'opera di Public Art. A distinguere un intervento di Public Art da un'opera pubblica qualsiasi, è anzitutto la specificità del luogo in cui essa viene realizzata: un'opera di Public Art è sempre site specific, ovvero ha senso solo ed esclusivamente in un determinato luogo. Il luogo in cui viene realizzata l'opera, inoltre, non è da considerarsi quale spazio espositivo, ma come parte integrante dell'esposizione. Infine, la Public Art è tale perchè uno degli elementi che la costituisce e la definisce è il pubblico, non più solo spettatore, ma vero e proprio protagonista.

Una volta definito il concetto di Public Art, M.me Duplok ha proseguito con una carrellata di immagini delle opere realizzate: da uno stuolo di ombrelli colorati piantati in un prato di Bergamo per dar vita all'opera "All'ombra degli ombrelli in fiore", ai tombini colorati di verde nelle strade di Gallarate per la rassegna ZAT nel 2004, sino ai segni di un'improbabile frenata della simpaticissima opera dal titolo "Frena!!", gli esempi di interventi illustrati dal gruppo artistico nel corso della serata hanno reso perfettamente l'idea di un'arte "gettata nel pubblico", un'arte relazionale, che si insinua nella città e la trasforma, anche solo per un attimo, lasciando il segno di un passaggio talvolta ironico, spesso riflessivo, in ogni modo creativo.


E per fare un esempio concreto di Public Art, M.me Duplok ha riproposto per l'occasione un'opera realizzata in passato: a "eseguirla" sono stati gli stessi giovani architetti, chiamati a scambiarsi, reciprocamente, a coppie, degli oggetti personali, poi insacchettati sotto vuoto e firmati da M.me Duplok.
Un segno di Public Art, dunque, M.me Duplok è riuscita a lasciarlo anche nella sede dell'Ordine Architetti di Varese, o meglio, nel ricordo e tra le mani dei giovani presenti alla serata divenuti, per un attimo, protagonisti di un intervento artistico, attori di un'arte che vive con il pubblico, per il pubblico, nel pubblico.


Per vedere la versione integrale del video, vai al seguente link:http://www.youtube.com/user/Ordinevarese?feature=mhum#p/u/9/lw-E7rLM_3A

mercoledì 13 ottobre 2010

CONFERENZA SCIA

Il 27 settembre, presso l'Ata Hotel di Varese si è tenuta una conferenza dedicata alla Segnalazione Certificata di Inizio Attività: con l'entrata in vigore della legge 30 luglio 2010 n.122, infatti, è profondamente innovata la disciplina generale della dichiarazione di inizio attività contenuta nell’art. 19 l. 241/90, che viene sostituita con l’istituto della "segnalazione certificata di inizio attività" o "scia", quale titolo abilitativo per l’espletamento di determinate attività.
Il Consiglio dell'Ordine degli Architetti P.P.C. di Varese, con l'intento di favorire un costante aggiornamento per i propri iscritti, ha promosso un convegno rivolto a tutti i Professionisti al fine di comprendere il neonato istituto, le relative potenzialità e criticità.

Di seguito trasmettiamo un testo realizzato dall'Avvocato Vitella, uno dei relatori della conferenza. (Per scaricare il materiale relativo alla conferenza, rimandiamo al seguente link: http://www.ordinearchitettivarese.it/ViewNews.aspx?nid=2097&pid=1)

Trasmetto la comunicazione della Direzione Generale Territorio e Urbanistica della Regione Lombardia in punto di scia.
Rilevo che la Regione è dell'avviso espresso al Convengo anche dal sottoscritto per cui la scia non sostituisce integralmente il P.C. e la D.I.A. Pertanto, "sono cinque le procedure edilizie operative nella nostra Regione a far tempo dal 31 luglio 2010 per i diversi interventi, secondo la seguente articolazione:
1. Permesso di costruire per tutti gli interventi edilizi, nonché per i mutamenti di destinazione d’uso di cui all’art. 52,comma 3 bis, della L.R. n. 12/2005;
2. Denuncia di inizio attività (DIA) alternativa al permesso di costruire di cui al punto 1), fatta eccezione per gli interventi di cui al p.to 3, assoggettati in via principale a SCIA, nonché per i nuovi fabbricati in zona agricola e per i mutamenti di destinazione d’uso di cui all’art. 52, comma 3 bis, della L.R. n. 12/2005, assoggettati unicamente al permesso di costruire;
3. SCIA per tutti gli interventi non previsti dagli artt. 6 e 10 (per quanto, quest’ultimo, disapplicato in Regione Lombardia) del D.P.R. n. 380/2001, più precisamente: - interventi di manutenzione straordinaria non liberalizzati, ovvero eccedenti rispetto alla previsione di cui all’art. 6, comma 2, lett. a) del D.P.R. n. 380/2001, - interventi di restauro e di risanamento conservativo, - interventi di ristrutturazione edilizia “leggera”, ovvero non rientranti nella fattispecie di cui all’art. 10, comma 1, lett. c), del D.P.R. n. 380/2001;
4. Comunicazione asseverata per gli interventi di manutenzione straordinaria di cui all’art. 6, comma 2, lett. a) del D.P.R. n. 380/2001;
5. Comunicazione per le opere di cui all’art. 6, comma 2, lett. b) - c) - d) - e) del D.P.R. n. 380/2001."

venerdì 8 ottobre 2010

CONFERENZE LUCE: PROPONI L'ARGOMENTO DA TRATTARE!

AL PUBBLICO LA SCELTA!
Il ciclo delle conferenze sulla tematica della luce continua. Dopo aver affrontato, nel primo incontro, le basi di illuminotecnica, mercoledì 6 ottobre i lighting designer Romano Baratta e Tommaso Zarini hanno mostrato ai presenti gli step da seguire per proporre un buon progetto illuminotecnico.
Dalla spiegazione su come consultare i cataloghi per scegliere al meglio gli apparecchi di illuminazione, passando alla norme del CEI (Centro Elettronico Italiano) e dell'UNI (Istituto Nazionale di Unificazione) da tener sempre presente, sino alla presentazione di esempi di progetti negativi e positivi, i due giovani professionisti hanno dato ai presenti ottime indicazioni e importanti consigli per realizzare dei progetti illuminotecnici a regola d'arte.
(Per scaricare le tematiche affrontate nel corso delle serate, vai al seguente link http://www.ordinearchitettivarese.it/ViewNews.aspx?nid=2053&pid=1)

Ora, però, tocca al pubblico proporre gli argomenti da affrontare durante le prossime conferenze.
Per facilitare la scelta, i giovani lighting designer hanno individuato alcune tematiche -che troverete qui sotto-da selezionare attraverso i commenti del blog (effettuabili anche in maniera anonima). Le conferenze verranno dunque organizzate in base alle preferenze del pubblico.

Ecco alcuni argomenti trattabili: a voi la scelta!

_ ILLUMINAZIONE DEI LUOGHI DI CULTO

_ PIANI DELLA LUCE (COME ILLUMINARE LE CITTA')


_ BENEFICI DI UNA BUONA ILLUMINAZIONE (SCUOLE, OSPEDALI, UFFICI, ECC.)

_ COME ILLUMINARE UNA CASA

_ ILLUMINAZIONE DEL RETAIL


_ ILLUMINAZIONE DEI MONUMENTI

_ LED


_ ILLUMINAZIONE DEL VERDE

mercoledì 6 ottobre 2010

SERATA GAV: "Architettura & Ri..Art"

Una 'contaminazione ecologica'
Il Gruppo Giovani Architetti di Varese (riassunto nell’acrostico GAV), nato pochi mesi fa con l’intento di raccogliere curiosità ed esigenze dei giovani professionisti del campo, si è ufficialmente presentato al pubblico lunedì 4 ottobre, inaugurando il ciclo di serate dedicate al legame tra l’Architettura e le altre forme d’arte.
Ospite, nonché relatore della serata, Ivo Stelluti, artista che modella le sue opere con materiali di recupero e scarti di lavorazioni industriali; titolo della conferenza, “Architettura & RiArt”.
L'importanza del riciclaggio e dell'ecosostenibilità infatti, sono stati al centro del “viaggio esperienziale”, che il giovane artista ha mostrato ai presenti durante la serata, mostrando come questi elementi abbiano coinvolto tutte le sfere di interesse della sua vita, dal lavoro, all’arte, dall’architettura alla poesia.
Tanto per cominciare, Ivo, oltre ad essere un artista, è un tecnico in materia di igiene industriale, ovvero analizza i materiali scartati e trova il modo per dar loro una nuova utilità. E, come nella vita quotidiana, così nell’arte, adotta la tecnica del riciclo e quella del riutilizzo per ottenere opere per così dire, ‘lunari’, nuovi mondi, realizzati con poliuretano espanso, hardware di vecchi computer, scarti di plastica, vernici che non danneggiano l’ambiente, e colori diluiti direttamente con la pioggia. Recupero degli scarti e attenzione al rispetto per l’ambiente sembrano paradossalmente “contaminare” anche le altre forme d’arte di cui Stelluti si serve, come la poesia e la musica: nel corso della serata l’artista diventa improvvisamente poeta, leggendo versi scritti da lui, odi alla natura e alle “Nuove Esplosioni Sensoriali”, e infine si tramuta in un dj dai tratti magici, suonando un theremin realizzato interamente con materiali di scarto.
Accanto alla sua esperienza personale, Ivo traccia anche una panoramica di come l’ecosostenibilità possa riflettersi in vari campi, tra cui la moda, il design, e soprattutto, l’architettura: mostrando immagini del Zentrum Paul Klee di Berna, della Città dell’Arte di Valencia e della Fondazione Beyeler di Basilea, l’artista riflette sulla bellezza e funzionalità di strutture, come queste, che si integrano perfettamente con la natura, senza recare eccessivi danni a livello ambientale ed estetico.
Nel percorso tracciato da Ivo Stelluti, una sorta di viaggio tra scienza, arte, architettura, musica e poesia, sembra essersi diffusa una vera e propria ‘contaminazione ecologica’ che lega tutte le forme artistiche con l’intento di trovare nuovi approcci ecosostenibili perché, come afferma Stelluti, citando il filosofo Leibniz, “bisogna cercare di vivere nel migliore dei mondi possibili”.

lunedì 4 ottobre 2010

PRIMA CONFERENZA SUL TEMA DELLA LUCE

Modellando la luce...
“Lavorare con la luce significa avere una materia in mano, bisogna conoscerla bene per modellarla e per poterla usare al meglio”: le parole di Tommaso Zarini, relatore insieme a Romano Baratta, della prima conferenza sul tema della luce, svoltasi all’Ordine Architetti di Varese mercoledì 29 settembre, riassumono perfettamente il messaggio che i due giovani lighting designer hanno lanciato ai presenti all’incontro: realizzare un progetto illuminotecnico non vuol dire solo arredare con lampade di marca uno spazio, ma significa conoscere alla perfezione un vero e proprio microcosmo, quello della luce, ricco di molte opportunità, ma anche di numerose regole e limiti. “Per realizzare un progetto di questo genere” spiega Romano Baratta, “è necessario conoscere la fisica della luce, l’ottica, le sorgenti luminose, gli apparecchi di illuminazione che il mercato offre, le tecnologie nello sviluppo e nella gestione della luce e naturalmente studiare il luogo da illuminare e comprenderne le esigenze, conoscere le necessità della clientela e sviluppare delle idee iniziali. Solo successivamente si passa alla disposizione dei corpi illuminanti e al calcolo illuminotecnico.” Questi e molti altri, gli elementi che, nel corso della serata, i due relatori hanno saputo illustrare al pubblico con chiarezza e precisione, attingendo alle basi dell' illuminotecnica.
Dalle grandezze della luce (flusso luminoso, intensità della luce, illuminamento e luminanza) alle fonti di luce (lampade ad alogeni, lampade fluorescenti compatte, lampade fluorescenti lineari, lampade ad alogenuri metallici e led), senza dimenticare i concetti di temperatura di colore e resa cromatica e mostrando esempi di progetti negativi e positivi, Tommaso Zarini e Romano Baratta hanno permesso a tutti i presenti di addentrarsi nell’universo della luce, scoprendo particolari e dettagli che saranno di grande utilità sia nella vita quotidiana che a livello professionale. Non ci resta che attendere di essere illuminati nelle successive conferenze.

BIOGRAFIE
ROMANO BARATTA
Romano Baratta si laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano in scenografia e si specializza in Lighting Design seguendo un Master FSE. Dal 2008 è amministratore e progettista illuminotecnico dell'azienda Lighting Lab con sede a Gallarate.
TOMMASO ZARINI
Laureato in Disegno Industriale presso la facoltà di architettura del Politecnico (2000) con successiva specializzazione in Lighting Design all’Accademia di Belle Arti di Brera, Tommaso Zarini si occupa di ingegnerizzazione e progettazione di soluzioni per la luce. Ė stato docente di lighting design presso l’Istituto Europeo di Design in Milano e collabora con aziende del settore luce come consulente per il lighting design.

La prima conferenza sul tema della luce è presente anche sul sito http://www.lightingnow.net/index.php?option=com_content&task=view&id=208&Itemid=1

venerdì 2 luglio 2010

CHANDIGARH E BALKRISHNA V.DOSHI

VOGLIA DI INDIA…
Tra pietanze saporite e piccanti, profumi orientali e una calura estiva molto simile a qulla indiana, si è concluso, giovedì primo luglio, il ciclo “Cinema & Architettura” all’Ordine Architetti di Varese. Per una sera, il giardino e il salone della sede dell’Ordine si sono trasformati in un piccolo microcosmo indiano, dove tutto, dall’inizio alla fine, profumava di Oriente, di India. Per iniziare, gli ospiti hanno potuto assaggiare qualche delizia indiana all’aperto; la serata è proseguita poi all’interno, dove Sandro Rolla e Arun Hazarika hanno presentato un architetto indiano dalla fama internazionale: Balkrishna V.Doshi.
In realtà, a presentare l’architetto, non sono stati solo i due relatori, ma anche una serie di video e documentari sull’India.
“Per questa serata abbiamo optato per una presentazione particolare, poco lineare e frammentata” ha spiegato infatti Sandro Rolla “considerandola quale soluzione migliore per descrivere un Paese che non ha nulla di lineare”.

Stralci di documentari degli anni Sessanta come “Appunti per un film sull’India” di Pier Paolo Pasolini, intervallati a falsh di film contemporanei come “The Millionaire” di Danny Boyle, hanno mostrato i molteplici volti dell’India, dalla povertà estrema nelle baraccopoli, alla vita completamente separata delle alte classi sociali, dalle antiche tradizioni, al grande desiderio di modernità.
E proprio questo desiderio portò alla ricostruzione, negli anni Cinquanta, di una delle più famose città indiane, Chandigarh, per la quale vennero chiamati grandi architetti , come Le Corbusier: creare modernità, infatti ed erroneamente, significava, in quegli anni, rifarsi alle forme occidentali, risultate col tempo inadatte in Paesi orientali, con tradizioni ed esigenze diverse.

Ne è prova questa città, fondata su una regolarità e su concetti tipicamente occidentali, che purtroppo non appartengono alla visione orientale. Nonostante questo, i suoi abitanti, anche se convinti di non poterla vivere al meglio, sono orgogliosi della loro città, riconoscendo l’importanza e il valore degli edifici creati da personaggi geniali come Le Corbusier e. Doshi.
Toccò infatti all’architetto indiano Balkrishna V.Doshi, a cui è stata dedicata la serata di giovedì, l’arduo compito di portare avanti il progetto relativo alla città disegnato da Le Corbusier, con il quale lavorò in Europa e dal quale trasse importanti insegnamenti. Questi e molti altri gli aspetti emersi dai due filmati in cui Doshi è protagonista: conosciuto soprattutto per aver progettato la principale scuola di Architettura in India (Center for Environmental Planning & Technology, CEPT), nei video, appare non solo sotto la veste di architetto, ma soprattutto quale uomo dalla profonda spiritualità: in una lunga conversazione, racconta la sua vita, scandita dall’architettura, considerata da lui quale ricerca, “una ricerca che inizia sempre in qualche posto e che finisce altrove” e quale metodo di trasformazione, ma affronta anche tematiche trascendentali, citando il kharma, il destino, ciò che è irrevocabile e a cui nessuno si può sottrarre.

“Se permetti alla vita di fare il suo corso, atterrerai dove vuoi”: con il discorso di Doshi sul kharma si conclude la serata a lui dedicata e si chiude anche il ciclo “Cinema & Architettura”, al quale gli organizzatori, gli architetti Sandro Rolla ed Emanuele Brazzelli, hanno coraggiosamente dato un taglio particolare, non solo architettonico, ma anche estetico, sociale e filosofico. Un ciclo di serate che, affrontando tematiche insolite, arricchite dal commento di relatori competenti italiani e stranieri, ha permesso al pubblico di fare, ogni giovedì, per un mese, piccoli viaggi spaziali, attraverso sei città del mondo, salti temporali, lungo un secolo di storia, e percorsi culturali, attraverso musiche, cibi, video, e ovviamente, architettura!



Per vedere la versione integrale del video della serata, vai al seguente link:
http://www.youtube.com/user/Ordinevarese

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