venerdì 25 giugno 2010

24 GIUGNO: EERO SAARINEN

EERO SAARINEN, UN PRAGMATISMO PIENO DI SOGNI
Il ciclo di serate dedicate al connubio cinema-architettura continua; al centro della conferenza di giovedì 24 giugno, Eero Saarinen, figura enigmatica e insieme geniale dell’architettura e del design della prima metà del Novecento.
Figlio di Eliel Saarinen, grande architetto chiamato nel 1925 a progettare il Campus Cranbrook Institute of Architetcure and Design, Eero Saarinen nasce in Finlandia nel 1919, ma presto si trasferisce negli Stati Uniti dove rimarrà sino alla sua morte, avvenuta nel 1961. Attualmente considerato tra i componenti del gruppo di architetti della seconda generazione dei modernisti, Saarinen, come spiega l’Architetto Massimo Imparato, “è stato per troppo tempo marginalizzato dalla critica internazionale sia per la sua morte prematura, avvenuta a soli cinquantun anni, sia in quanto figura sfuggente”, poco incline a seguire modelli costanti e portato a creare progetti sempre molto diversi tra loro, nei quali è difficile rintracciare un’identità forte e costante.
I video presentati dall’architetto Imparato, uno dei principali studiosi della figura di Saarinen, sono frutto di due contesti diversi: il primo nasce come video documentario complementare alla grande mostra itinerante “Shaping the future”, retrospettiva dedicata all’architetto finlandese, inaugurata a Helsinki nel 2007, spostatasi poi a Oslo, Bruxelles, Detroit, Washington, D.C., Minneapolis, St. Louis e New York, e conclusasi a New Haven, Connecticut, nel 2010. Il documentario mette in luce molti aspetti professionali, ma soprattutto il lato umano e profondamente sensibile di Eero Saarinen.
Il secondo video “The modern dream trilogy” analizza, con l’ausilio di immagini di repertorio e contributi inediti, le diverse tendenze che hanno animato la ricerca architettonica negli Stati Uniti tra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ’70: il filmato è diviso in tre sezioni, che corrispondono agli aspetti peculiari della modernità incarnati in tre grandi architetti: “L’immaginario della modernità: Eero Saarinen”, “La sostanza della modernità: L.Mies Van Der Rohe”, e “Il quotidiano della modernità:Marcel Breuer”.
L’architettura, lo spazio, l’uomo, sono i principali argomenti su cui amava soffermarsi Saarinen e che maggiormente emergono dai filmati: “L’architettura è l’insieme di ciò che ci circonda”, affermava “è lo spazio fisico che circonda l’uomo”. E, al centro della riflessione, l’uomo, poichè, “è sull’individuo che si basa il nostro successo” e, ovviamente, l’architettura, arricchita, da Saarinen, di un valore sacrale, quasi mistico:“L’architetto deve avere un ruolo religioso: come la religione infonde speranza, così l’architetto deve consolidare nell’uomo la fiducia nella nobiltà della sua esistenza”.
Un’architettura, quella di Eero Saarinen che, come conclude Massimo Imparato, risulta essere, per la nostra contemporaneità, “una vera e propria lezione di pragmatismo pieno di sogni e di fiducia”.





Per vedere la versione integrale del video della serata, vai al seguente link:
http://www.youtube.com/user/Ordinevarese

venerdì 18 giugno 2010

"BUILDING THE GHERKIN"

Costruendo il grande Gherkin…
Tutti ormai lo chiamano “Gherkin”, “cetriolo” ed è uno dei grattacieli più alti d’Europa, una delle opere più impressionanti e anche più criticate degli ultimi dieci anni: il palazzo al 30 di St. Mary Axe, sede della Swiss Re, a Londra, è il protagonista del video proiettato giovedì 17 giugno all’Ordine Architetti di Varese per il ciclo di serate dedicate a “Cinema & Architettura”.
“Building the Gherkin”, il titolo del film, rende perfettamente il tema trattato nel video, ovvero il lungo processo di costruzione dell’imponente opera di Norman Foster, dalla sua ideazione alla completa realizzazione, con tutte i problemi e le vicissitudini che hanno accompagnato la sua edificazione.

Il film mette in luce anzitutto le feroci critiche sferrate al progetto di Foster, critiche rivolte alla forma dell’edificio, troppo allusiva e poco ortodossa, ma anche all’idea stessa di costruire un palazzo, troppo simile ad una bomba, sul precedente cantiere di costruzione della Baltic Exchange, gravemente danneggiato proprio da un attentato dell’IRA nel 1992.
A queste polemiche, si aggiunge quella sulla decisione di iniziare i lavori proprio un mese dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York.
Oltre alle numerose perplessità che hanno caratterizzato l’inizio dei lavori, nel documentario vengono anche evidenziati aspetti importanti, talvolta sottovalutati da chi non conosce da vicino gli step che riguardano l’edificazione di un edificio di tale portata: uno di questi è il rapporto tra gli architetti e il cliente -in questo caso la Swiss Re- giudicato, nella pellicola, come una sorta di “avvocato del diavolo”, che mette continuamente in discussione l’estetica e la forma del progetto con la sua funzionalità.
Risaltano poi, nel video, le problematiche che accompagnano l’evolversi della costruzione, il carico di stress dei responsabili del progetto, la bravura degli operai e di chi per mesi lavora senza sosta nel cantiere e, infine, l’enorme soddisfazione e l’emozione degli architetti, dei progettisti, dei committenti nel vedere realizzato un vero e proprio miracolo architettonico.

Il creatore dell'imponente grattacielo, Norman Foster, uno dei più grandi architetti della contemporaneità è, infatti, riuscito a lavorare sulla “compressione dello spazio e sulla sua dilatazione in verticale”, come ha spiegato nell’introduzione del film l’architetto Giorgio Goffi.
Grazie ad un sistema particolare di riciclo dell’aria, l’edificio consuma la metà di quello che consumerebbe un edificio della stessa grandezza.
Come afferma nel film lo stesso Foster, il grande Gherkin assume un ruolo fondamentale nella storia dell’architettura contemporanea, perché “ha preso parte al processo di rigenerazione della città di Londra”, nonostante tutte le critiche, nonostante tutto.


Per vedere la versione integrale del video, vai al seguente link:

http://www.youtube.com/user/Ordinevarese#

lunedì 14 giugno 2010

GIANCARLO DE CARLO-10 GIUGNO 2010

La responsabilità al cittadino

Tre sono stati i video proiettati nella serata dedicata al terzo incontro del ciclo “Cinema & Architettura”, tre documentari per delineare al meglio una grande figura, una personalità complessa e poliedrica, quella dell’ingegnoso architetto Giancarlo De Carlo.
I relatori della serata, Monica Mazzolani e Antonio Troisi hanno deciso di affidarsi direttamente e completamente ai video perché, come ha affermato la stessa Monica Mazzolani, “raccontare De Carlo è molto complicato” e la cosa migliore è dar voce al grande architetto, direttamente. Difatti, costante, nei documentari, è la presenza di De Carlo che parla e spiega le vicissitudini che lo hanno accompagnato nella sua ricerca architettonica, attraverso il lungo excursus della sua carriera.

E così, nel primo video, in un’ intervista al Beaubourg, De Carlo racconta le sue origini, l’infanzia trascorsa a Genova, la giovinezza a Tunisi, il suo ritorno in Italia nel 1937 e la scelta di compiere un mestiere concreto in un periodo tragico, quello della Guerra. Nel video De Carlo prosegue con il resoconto degli anni Quaranta a cui risalgono i primi contatti con l’antifascismo milanese, l’iscrizione al Politecnico di Milano, la Marina Militare e, finita la guerra, l’adesione ai gruppi anarchici di Berneri e a Zaccaria e Woodcock, Read, Richards. Seguono i racconti sugli anni Cinquanta in cui De Carlo comincia la sua attività professionale e il lungo rapporto con Carlo Bo e la città di Urbino e si inserisce nel gruppo degli "amici di Bocca di Magra" (Vittorio Sereni, Giovanni Pintori, Giulio Einaudi, Marguerite Duras, Franco Fortini, Albe Steiner, Elio Vittorini che sta scrivendo "Le città del mondo", Italo Calvino che scriverà "Le città invisibili"). Il video prosegue con una carrellata di spiegazioni dell’Architetto relative alle sue grandi opere architettoniche realizzate ad Urbino, la facoltà di scienze dell’educazione (1968-76), la facoltà di Scienze economiche (1986-89), le residenze dell’Università.

Nel secondo video, l’attenzione di De Carlo si rivolge all’enunciazione della sua visione di architettura, legata all’amore profondo per questo mestiere, che lui stesso ritiene “un mestiere come un altro, ma che debba necessariamente corrispondere alle idee, ai bisogni delle persone che la utilizzano”. Si inserisce in quest’ottica l’importanza che De Carlo affida alla partecipazione dei cittadini nel processo di creazione delle architetture civili, come rivelano i progetti per la ristrutturazione della città di Terni, per cui De Carlo decise di coinvolgere direttamente gli operai e quelli per la realizzazione di abitazioni a Mazzorbo, per le quali vennero interpellati i pescatori, ascoltando le loro esigenze e i loro bisogni. Dopo aver illustrato numerosi altri progetti tra cui l’ospedale di Mirano, la facoltà di Lettere di Catania, il lungomare del Lido di Venezia, nel video De Carlo afferma che il ruolo dell’architetto é di "creare comunicazione tra la gente” e, nel far riferimento al progetto relativo alla ristrutturazione di un quartiere di Beirut, si appella alla necessità di guardare ad un’architettura multiforme, in vista di una società sempre più multietnica.
Il terzo e ultimo video, un cortometraggio realizzato da De Carlo per la Triennale del 1954, affronta, con vena ironica e provocatoria, il tema della condizione dell’uomo nello spazio pubblico e dei problemi con cui quotidianamente si deve confrontare. Con questo video, De Carlo, volle lanciare una sorta di appello ai cittadini, invitandoli a muoversi per cambiare e migliorare la città.
Giancarlo De Carlo, guarda dunque all’architettura come ad una fatto sociale, in cui la responsabilità è certo dell’architetto, ma anche e soprattutto, del cittadino, posto al centro del dibattito architettonico. E sul dibattito architettonico De Carlo ripone grandi speranze: "l’architettura", afferma, "può creare aquiloni che siano punti di riferimento per creare immagini, idee e futuro”.
Un futuro più vivibile e a portata dei bisogni dell’uomo.

Per vedere la versione integrale del video della serata, vai al seguente link: http://www.youtube.com/user/Ordinevarese


venerdì 4 giugno 2010

"BRASILIA MINHA"

BRASILIA, IL SOGNO E LA REALTA'

Città giovanissima, immersa nella natura, ma sovraffollata e molto inquinata; capitale ricca di architetture stupefacenti, giovane, vivace e allegra, ma anche città-simbolo del fallimento di un sogno, di una vera e propria utopia, di un progetto ideale scontratosi con la realtà dei fatti:
è così che, nel corso della serata di giovedì 3 giugno, dedicata interamente alla capitale del Brasile, è stata descritta Brasilia, città dalle innumerevoli contraddizioni, ma comunque profondamente amata dai suoi abitanti e da chi conosce la sua vera identità.

Le parole dei relatori Juan Carlos Dall’Asta e Germano Rovetta, il canto e la musica di Daniela Savoldi, le immagini e i commenti del documentario “Brasilia Minha” hanno tracciato i differenti volti di una città molto recente, edificata appena cinquant’anni fa e ora in fase di grande espansione. E così, durante la serata, è emerso anzitutto il punto di vista di chi la città la vive direttamente, dei suoi abitanti, intervistati dagli autori del documentario, Erwan Massiot e Carolina Venturelli: uomini, donne e bambini orgogliosi della loro città, del fermento che la anima, della voglia di cultura e della passione per la musica che, secondo loro, la rende unica.

E sullo sfondo del documentario, la presenza costante delle grandi opere architettoniche, nate e cresciute con gli abitanti e parti integranti della loro vita.
Gli artefici delle grandi architetture furono Oscar Niemeyer, Lucio Costa, Roberto Burle Marx, protagonisti dell’edificazione di una metropoli nata letteralmente “sulla carta”, ideata con la forma di un aeroplano e pensata in modo tale che ogni elemento rispettasse un ordine preciso, una griglia perfetta.
“Prima nacque la città, poi arrivarono gli abitanti”, afferma un artista intervistato nel documentario: e fu veramente così, tanto che l’iniziale forma della città venne presto sconvolta da una crescita demografica incontrollata che portò all’edificazione di quartieri senza alcuna pianificazione, senza nessun controllo, divenuti ora grandi e affollate favelas.

“Una città cresciuta a dismisura”, come afferma l’Architetto Juan Carlos Dall’Asta. "In ogni caso", continua "Niemeyer è stato in grado di rappresentare perfettamente il suo tempo attraverso l'architettura di Brasilia”. Il progetto iniziale di Niemeyer, spiega l’architetto, era fondato sul legame tra etica ed estetica: una bellezza sociale che andasse incontro agli abitanti della città, alle loro esigenze e necessità.
Purtroppo il sogno di Niemeyer ha dovuto scontrarsi con i problemi della realtà, che hanno in parte stravolto i grandi ideali che erano alla base della fondazione della città.
"E' comunque necessario", conclude Juan Carlos Dall'Asta, "dar tempo alla nostra contemporaneità, senza basarsi solo ed esclusivamente sull'hic et nunc".
E forse, davvero, Brasilia ha solo bisogno di tempo.

venerdì 28 maggio 2010

Berlino, la sinfonia della grande città

Silenzio, parla la città
La rassegna cinematografica “Cinema & Architettura”, presso la sede dell’Ordine Architetti di Varese, è incominciata: per la prima serata (giovedì 27 maggio) gli organizzatori dell’iniziativa, gli architetti Emanuele Brazzelli e Sandro Rolla, hanno scelto, come primo film, un cimelio storico, una pellicola datata 1927. Si tratta di “Berlino, la sinfonia della grande città”, una sorta di opera d’arte totale che condensa le grandi passioni che alimentarono la ricerca del suo autore, Walther Ruttmann.

A introdurre e commentare il film, la Professoressa Annegret Burg di Berlino, plurilaureata in Architettura –all’Università di Dortmund con Josef Paul Kleihues e al Politecnico di Milano con Giorgio Grassi-, professoressa di “Storia dell’Architettura e della città” presso la Potsdam School of Architecture, grande studiosa e curatrice di numerose mostre sull’architettura in Germania e in Italia.
“Non si può comprendere a fondo il film di Ruttmann se prima non si conosce la sua storia”, afferma la Professoressa Burg, spiegando la carriera di Ruttmann, una carriera divisa tra musica, architettura, arte e cinema: a 12 anni già suonava il violoncello e da giovane lavorò come musicista nei bar; studiò architettura, ma non si laureò perché venne attirato dalla pittura; fece numerose mostre e vinse premi, ma si distaccò momentaneamente dalla pittura per dedicarsi al cinema, da lui considerato strumento ottimale per esprimere il movimento, la velocità.

E così produsse numerosi film, soprattutto astratti, poiché, secondo Ruttmann “il film astratto è musica della luce” e dal 1926 si dedicò alla realizzazione del suo capolavoro, il primo film della storia del cinema in cui la protagonista è la città.
"Come titolo scelse 'Berlino, la sinfonia della grande città' e non 'di una grande città'" specifica la Professoressa Annegret Burg: l’attenzione del regista non era focalizzata su Berlino in quanto tale, ma sulla città, sul suo movimento, sulla sua vita e i suoi tempi.
Ruttmann intendeva creare non un documentario, ma una pellicola cinematografica che concretizzasse il concetto di “gestaltung”, ovvero che desse forma ad un film vivente, ad una sorta di corpo dotato di tutti i suoi organi. E così gli organi della città, per Walther Ruttmann erano rappresentati dalle persone, dalle macchine, dalle luci, dalla velocità, soggetti che, nel film, divennero anche elementi ritmici, musicali e di contrappunto, nella sinfonia scandita dalla musica di Edmund Meisel.

E così “Berlino, la sinfonia della grande città” riesce ad incarnare lucidamente i sentimenti di fiducia e speranza legate al trionfo della tecnologia, sentimenti che segnarono l’inizio del Novecento, ma soprattutto traduce, in alcune scene di autentica umanità, un profondo affetto nei confronti di chi la città la vive, la popola, la rende vera, una sorta di solidarietà verso la vera anima della città, l’uomo.


venerdì 21 maggio 2010

OSCAR TORIBIO SOSA

OSCAR TORIBIO SOSA
Tra Argentina e Italia
“Sono uno straniero in Italia e, come per tutti gli stranieri, un mistero ci avvolge: non si sa da dove veniamo e non si sa cosa abbiamo fatto nel nostro passato”.
Ha esordito così, giovedì 20 maggio, Oscar Toribio Sosa, l’architetto argentino che, nel corso della serata, ha provato a svelare quel “mistero” e quella curiosità che lo accompagnano -in quanto architetto argentino in Italia- e a spiegare l’ardua ricerca che ha dovuto compiere nel corso degli anni per trovare la sua identità.

Una ricerca per nulla semplice, come spiega l’Architetto, “a volte ostacolata dalla mia condizione di straniero” : è stato, infatti, uno spaesamento ad accompagnare i primi periodi dell’architetto in Italia, spaesamento che, gradualmente, ha lasciato il posto ad una progressiva familiarizzazione con il contesto che lo circondava.
Il primo progetto realizzato da Sosa in Europa è stata la Casa Ferracini, a Giubiasco, in Svizzera: in questo caso il suo lavoro si stava adeguando all’identità svizzera improntata verso un' ossessiva ricerca dell’originalità. “Quello in Svizzera”, spiega l’Architetto, “è stato un passaggio fondamentale per la formazione della mia identità anche se attualmente non lo condivido”.

La ricerca di Oscar Toribio Sosa è continuata poi tra Argentina e Italia e ha percorso strade diverse, per giungere alla chiara teorizzazione di un’ idea concreta di architettura, basata sul rifiuto del concetto di architettura come arte: “l’architettura è solo un’attività di servizio” afferma Sosa, “gli edifici sono come scatole, non importa la bellezza, ma la funzionalità.”Una sorta di dichiarazione di poetica architettonica, dunque, una teoria che Sosa ha messo in pratica sia in Argentina che in Italia. Per le residenze popolari di Saronno e i complessi residenziali di Arolo di Leggiuno, così come per le case costruite a La Plata, in Argentina (Casa Haramboure, Casa Lombardi,Casa Teruggi e Gran Bell) l’approccio che guida la mano dell’architetto è sempre stato di tipo umanista, orientato a rendere le case più confortevoli attraverso una sorta di schema spesso ripetuto: la zona orientata a nord è chiusa con locali che fanno da cuscino e con poche finestre, mentre quella orientata a sud è aperta per far entrare luce e calore; gli spazi sono aperti e le soluzioni per lo più tradizionali.

Nel suo percorso, inoltre, Oscar Toribio Sosa si è dovuto confrontare con numerosi vincoli architettonici, considerandoli non tanto come ostacoli, quanto come opportunità da interpretare. E talvolta, dove i vincoli non c’erano, Sosa se li è creati da solo; è il caso del progetto per l’Hotel di Ushuaia, in Argentina, la città più a sud del mondo: il vincolo con il quale l’Architetto ha deciso di rapportarsi è stato il sole: l'idea era infatti di creare una struttura che fosse esposta alla luce per tutto l’anno, dato il clima rigido che avvolge costantemente la città.
Tra Argentina e Italia, tra numerosi studi, progetti, concorsi e realizzazioni, l’identità architettonica di Toribio Sosa si è lentamente plasmata attraverso gli ostacoli e le opportunità che gli si sono presentati nel tempo.
E se da giovane apprendista Sosa pensava all’architettura come ad un “sudoku, in cui ogni variabile può funzionare insieme alle altre con una sola soluzione”, ora, da architetto maturo, guarda all’architettura come ad un “tangram, in cui variabili differenti possono essere unite anche con molteplici soluzioni” perchè, in fondo, come egli stesso afferma concludendo la serata, “questa è la bellezza dell'architettura: riuscire a globalizzare un’infinità di variabili, giocando con esse per trovare continuamente nuove soluzioni”.


CURRICULUM VITAE
Oscar Toribio Sosa nasce a La Plata, in Argentina, nel 1953.
Si è laureato in Architettura all'Università di La Plata nel 1981, dove ha insegnato Progettazione Architettonica fino al 1990. Si è laureato al Politecnico di Milano nel 1991, dove ha svolto l’attività accademica come docente nei corsi di postgrado del Dipartimento Tecnico.
Ha partecipato alla "Bienal de Arquitectura de Buenos Aires" negli anni 1985, 1989.

E' stato scelto tra gli architetti più rappresentativi dell’America Latina per partecipare alla mostra internazionale "Architecture in Latin America" New Orleans, USA 1987. Ha fatto parte dello Studio "M.D.M. Architetti" di Lugano, Svizzera, prima di stabilire il proprio studio professionale a Laveno, Italia. In riferimento alla sua opera urbanistica ed architettonica gli viene conferito dall’ Istituto Autonomo Case Popolari ( IACP, attuale Aler) nell’anno 1994, il primo posto in graduatoria, tra settecento professionisti della Provincia di Varese, in merito “alla notevole qualità dell’architettura con particolare attenzione al disegno urbano, con delle soluzoni tipologiche che appaiono originali e innovative. Curriculum esauriente sia per la ricerca progettuale sia per la qualità professionale.”
Tra le opere di maggiore rilievo eseguite in Italia si citano: un complesso residenziale-commerciale e terziario a Renate, Milano; un edificio residenziale per anziani a Saronno, Varese; il piano urbano del traffico e l'arredo urbano della piazza di Olgiate Molgora, Lecco, diversi complessi residenziali.


Ha realizzato diversi progetti in Argentina, tra i quali l'edificio per la Telecom di Spagna, e un centro alberghiero-commerciale localizzato nella città di Ushuaia, Tierra del Fuego. Suoi progetti sono stati pubblicati in Argentina, in Svizzera ed in Italia. Ha scritto articoli riguardanti aspetti dell’architettura e della città.
La sua opera si caratterizza per una continua ricerca progettuale nel campo dell’architettura e del territorio. Il “contrasto inclusivo” è la chiave d’identificazione della sua opera, contrasto che viene concepito non come ricerca dell’inconsueto morfologico, ma come modalità di scambio con il contesto del quale apprende gli indirizzi e le suggestioni strutturali che saranno alla base della propria progettazione. Così facendo il risultato architettonico sarà innovativo pur rispettando profondamente la tradizione ed il contesto. La ricerca nel campo dell’architettura eliotermica è presente in ogni suo progetto sin dagli inizi della sua attività professionale, cioè dalla tesi di laurea fino all’ultimo progetto realizzato.

Per vedere la versione integrale del VIDEO vai al seguente link: http://www.youtube.com/user/Ordinevarese#p/c/8D4CDB2E3B7A9B0F/0/HX0M-MnixR4

lunedì 3 maggio 2010

MARIO BOTTA "PIAZZA REPUBBLICA, UNA NUOVA CENTRALITA' URBANA"

MARIO BOTTA, TRA MEMORIA E STRATIFICAZIONE
“Da qualche giorno siamo diventati un po’ più poveri”: si è aperta così, con un sentito riferimento alla triste perdita del Conte Giuseppe Panza, l’ultima delle conferenze del progetto “Diploma 2010”.
Queste sono infatti, le parole con cui il relatore della serata, l’Architetto Mario Botta, ha iniziato il suo discorso, rivolgendo il pensiero all’enorme vuoto che il grande collezionista, scomparso appena cinque giorni prima della conferenza, ha lasciato nel mondo dell’arte e nel cuore di chi, come lui, lo conosceva personalmente.

“Tutta la serata sarà dedicata a lui”, ha continuato Botta, una serata incentrata sui progetti che gli studenti dell’Accademia di Mendrisio hanno ideato reinterpretando Piazza Repubblica, un contesto che, secondo l’Architetto, risulta molto interessante data la sua continuità con il centro storico e la molteplicità di aspetti che si legano a questo luogo. Dare agli studenti questo contesto significa infatti, come ha spiegato Botta, riflettere su alcuni punti molto importanti, come il rapporto tra città e collina, il completamento di quartieri che attualmente si presentano in maniera frammentata e la ricerca di un significato forte per un vuoto che si presenta ora come elemento di convergenza tra diverse strade.

Molti input, dunque, per gli studenti che, dopo aver realizzato un enorme plastico della città, hanno ideato proposte diverse, alcune orientate a consolidare gli elementi significativi della zona, altri rivolti alla realizzazione di una grande area verde, altri ancora basati sulla trasformazione di questo luogo come collegamento per raggiungere il lago.

Ad unire tutti i progetti, un leitmotiv, ovvero la stratificazione della città poiché “la città deve crescere su se stessa e ogni ragazzo dovrà porre i suoi limiti”.
E in fondo, la stratificazione, ed in particolare la storia, è un tema che Botta, da sempre, ama affrontare attraverso la sua architettura, come ha spiegato, durante la conferenza, a proposito del Centro Pastorale “Papa Giovanni” di Seriate da lui progettato: l’edificio, con base quadrata, quattro particolarissimi lucernari e due absidi è, all’interno, completamente rivestito di foglia oro, proprio per “riproporre una cultura millenaria che stiamo perdendo”. Anche con il grande intervento di ristrutturazione realizzato al Teatro Alla Scala di Milano, Mario Botta si è concentrato su come il linguaggio architettonico del XX secolo possa ancora essere parte della stratificazione di una storia millenaria com'è, appunto, quella di Milano. La serata è proseguita con la spiegazione da parte di Mario Botta dei grandiosi edifici da lui progettati, come il Centro Wellness di Arosa, il Museo per le Culture Tradizionali di Seoul, la Chiesa del Santo Volto di Torino.
Ma la vera protagonista della serata è stata la memoria, perché, come ha voluto concludere l’Architetto Mario Botta, “la memoria dovrebbe essere continuamente sollecitata” per scongiurare “il dramma dell’oblio, verso il quale la rapidità delle trasformazioni rischia di condurre l’umanità”.

CURRICULUM VITAE
Nato il 1 aprile 1943 a Mendrisio, Ticino. Dopo un periodo d’apprendistato presso lo studio degli architetti Carloni e Camenisch a Lugano, frequenta il liceo artistico di Milano e prosegue i suoi studi all'Istituto Universitario d'Architettura di Venezia, dove si laurea nel 1969 con i relatori Carlo Scarpa e Giuseppe Mazzariol. Durante il periodo trascorso a Venezia, ha occasione di incontrare e lavorare per Le Corbusier e Louis I. Kahn.La sua attività professionale inizia nel 1970 a Lugano. Realizza le prime case unifamiliari nel Canton Ticino e successivamente numerosi progetti in tutto il mondo.Da sempre impegnato in un’intensa attività didattica, nel corso degli ultimi anni si è attivato come ideatore e fondatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio
Il suo lavoro è stato premiato con importanti riconoscimenti internazionali tra i quali il Merit Award for Excellence in Design by the AIA per il museo d'arte moderna a San Francisco, l’ IAA Annual Prix 2005, International Academy of Architecture di Sofia per la torre Kyobo a Seul, l’International Architecture Award del Chicago Athenaeum Museum of Architecture and Design e lo “European Union Prize for Cultural Heritage Europa Nostra” per la ristrutturazione del Teatro La Scala di Milano. Numerose sono le mostre dedicate alla sua ricerca.
Tra le realizzazioni vanno ricordate: il teatro e casa per la cultura a Chambéry; la galleria d’arte Watari-um a Tokio; la mediateca a Villeurbanne; il SFMOMA museo d’arte moderna a San Francisco; la cattedrale della resurrezione a Evry; il museo Jean Tinguely a Basilea; la sinagoga Cymbalista e centro dell’eredità a Tel Aviv; la biblioteca municipale a Dortmund; il centro Dürrenmatt a Neuchâtel; il MART museo d’arte moderna e contemporanea a Rovereto; la torre Kyobo a Seoul; gli edifici amministrativi Tata CS a Nuova Delhi e Hydrabad; il museo Fondazione Bodmer a Cologny; il centro pastorale Giovanni XXIII a Seriate e la biblioteca a Bergamo; la ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano, la chiesa del Santo Volto a Torino e il centro wellness ad Arosa.
Tra le opere in corso meritano di essere annoverati il nuovo casinò di Campione d’Italia, il complesso per uffici e residenze a Treviso, la biblioteca universitaria di Trento, il museo d’arte Bechtler a Charlotte, la galleria e museo d’arte della Tsinghua University in Beijing, gli uffici Leeum a Seoul, le stazioni della metropolitana di Napoli, il nuovo auditorio di Rimini, il museo dell’architettura a Mendrisio.


Per vedere la versione integrale del video, vai al seguente link:
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